Uno sguardo positivo sulla realtà… Il mio modo di vivere il servizio sacerdotale

Eccellenza, al termine di questo primo anno di ministero pastorale presso la nostra diocesi, può dirci quali risorse ha intercettato e che secondo lei costituiscono un prezioso punto di partenza per operare sul territorio?

La relazione umana è sicuramente la prima caratteristica bella, importante che ho potuto riscontrare. La capacità di entrare subito in una familiarità affettuosa, confidenziale che rende tutto più immediato, più facile. Da un punto di vista ecclesiale, come ho già avuto modo di dire altre volte, ho trovato una Chiesa viva e vivace nelle sue diverse componenti. Dal clero, ai consacrati, i laici nei diversi ministeri. Una Chiesa viva e vivace nelle diverse realtà associative, gruppi, movimenti. Queste qualità non riguardano solo le realtà ecclesiali ma anche altre dimensioni presenti sul territorio. Questi sono sicuramente gli elementi più importanti, significativi, buoni sui quali poter continuare insieme il cammino di questa Chiesa diocesana. Mi soffermo soltanto su questi punti positivi perché sono gli elementi fondamentali dai quali poter partire per proseguire il cammino ecclesiale. Questo è il mio personale modo di rapportarmi alla realtà, il mio modo di osservarla e poi anche il modo di vivere il mio servizio sacerdotale. Il motto che ho scelto è “La messe è molta”. Tutti continuano sempre “…ma gli operai sono pochi”. In realtà ho fatto mia una lettura proposta da papa Francesco nel suo primo messaggio nella Giornata di Preghiera delle Vocazioni. Il Santo Padre ha preso questo passo presente sia nel Vangelo di Matteo che nel Vangelo di San Luca, fermandosi sulla prima parte del passo. È necessario uno sguardo positivo. Non che poi gli aspetti di fatica non ci siano e vogliamo chiudere gli occhi davanti ai problemi. Sono però convinto che per affrontare gli aspetti di fatica è necessario aver chiaro gli elementi positivi. Solo in questo modo possiamo comprendere come procedere e quali aspetti di fatica affrontare.

I giovani costituiscono un aspetto importante ma anche problematico della nostra realtà. In che modo la Chiesa pensa di accompagnarli attraverso le sfide di oggi?

Intanto quello con i giovani è un percorso bello. Il solo pensiero mi carica di entusiasmo. Quello di farsi vicini come adulti, come Chiesa per accompagnarli non è un impegno facile e tanto meno scontato. Non sappiamo nemmeno quello che ci aspetta. Stiamo comunque procedendo attraverso questo percorso e il primo passo compiuto è stato quello di mettermi personalmente in ascolto dei giovani. La prima volta che li ho incontrati in modo ufficiale è stata l’estate scorsa durante un incontro di preghiera, prima che partissimo tutti per l’incontro con il papa al Circo Massimo di Roma. In quell’occasione ho chiesto ai giovani di incontrarci una seconda volta perché parlassero loro e condividessero con me le loro esperienze, osservazioni e ponessero loro delle domande. Abbiamo avuto in seguito questo incontro e li ho ascoltati. A questo primo ascolto seguirà un incontro per ciascuna città della diocesi per cominciare un dialogo intenso e proficuo con loro.  In che modo procederemo su questo terreno verrà fuori da questo dialogo. Non si arriva ad operare con un progetto già fatto e confezionato, da proporre o peggio da imporre. Credo che una cosa importante, non soltanto nei confronti dei giovani, sia la capacità di offrire un accompagnamento prima di tutto delle singole persone che hanno bisogno di essere prese per mano. In particolare i giovani vanno aiutati a progettare il loro futuro e accompagnati personalmente a fare discernimento. Questo chiede a noi adulti uno sforzo bello ma smisurato. Per l’accompagnamento delle singole persone, dei singoli giovani servono persone che devono prepararsi non solo nella disponibilità ma anche nella competenza.

La società oggi più che mai è chiamata a confrontarsi sui temi della giustizia e del bene comune. Quale intervento propone la nostra Chiesa locale per promuovere questi fondamentali valori per la nostra società?

Cominciamo col dire che la Chiesa non può non intervenire, non può non interessarsi a quello che è il bene comune e la giustizia che sono principi fondamentali nell’insegnamento della Scrittura e del Vangelo. Come agire rispetto a questo tema non può essere calato dall’alto della Chiesa o dal magistero. È importante capire che dobbiamo innanzitutto crescere attraverso la formazione di noi adulti. Questo percorso non finisce mai e soprattutto è fondamentale che si proceda nella formazione alla sensibilità verso questi valori tra i più giovani. Come intervenire? Questo è quello che si chiama discernimento e che oggi va fortunatamente molto di moda. Ma il discernimento implica anche che il “come” non è immediatamente chiaro e che va cercato insieme.

L’attualità ci propone il tema dell’immigrazione come un problema. Come si pone la Chiesa diocesana rispetto a questo argomento e come interviene sul nostro territorio?

La nostra diocesi si è sempre mostrata aperta e disponibile all’accoglienza degli immigrati. Arriveranno a breve delle persone attraverso dei corridoi umanitari, che noi cominceremo ad accogliere come Chiesa diocesana. Come Chiesa dobbiamo essere capaci intanto a non lasciarci trasportare o intontire da certi slogan che non fanno bene a nessuno. Messaggi come “Tutta l’Africa arriva in Europa. Come facciamo?”, oppure “Noi ci chiudiamo a qualsiasi tipo di ingresso, dobbiamo pensare agli italiani”. Questo non è Vangelo, né un atteggiamento o un pensiero intelligente. Il magistero di papa Francesco ci invita ad essere accoglienti con intelligenza. Quello a cui dobbiamo puntare è essere cristiani e ad essere persone con un cuore. Il cuore umano non può essere chiuso all’altro, chiuso a chi è nel bisogno, a chi domanda accoglienza perché fugge dalla disperazione, a chi sta in mare e rischia la vita. Non possiamo respingere le persone per farle rispedire in questi “campi di accoglienza” che sono campi di altro genere. I campi che si trovano in Libia sono tutt’altro che campi ospitali. Lì ci sono persone che soffrono, che vengono torturate, persone che vengono derubate. Ci sono persone che vengono rapite per richiedere un lauto riscatto. Un cuore che sia umano non può essere indifferente e chiuso davanti a questa disumanità. Il cuore del discepolo di Gesù è tutt’altro.

Maria Terlizzi

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