PASSI IN TERRA SANTA:
Pellegrini sulle strade di Dio
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Non si può descrivere quello che si prova quando dal finestrino dell’aereo si intravede Tel Aviv con i suoi palazzi, le  sue strade, la sua terra policroma di secoli, ulivi e palme che, inglobando tutto, dà il benvenuto agli occhi dello spirito, dalla notte in pellegrinaggio.
Immediati riaffiorano i volti e le storie custodite nelle pagine bibliche. Là, sotto le ali di un viaggio atteso e realizzato, stanno quelle parole che su carta hanno camminato nel tempo per narrare una Parola che non è carta, ma carne nella  storia. Vedi e vorresti già toccare dove visse Dio, respirare i profumi dei suoi luoghi, immergerti nelle contraddizioni di ieri simili a quello che le antenne rimandano nelle case al di qua del Mare nostrum.
Tocchi col respiro la calura opprimente, bevi e già sei verso nord per raggiungere la Galilea.
Le strade moderne e veloci sono lo specchio di Israele che ha portato l’Occidente sui sentieri del Vicino Oriente.
Maria, Gesù e Giuseppe percorrevano quelli pietrosi e accidentati per scendere a Gerusalemme da Nazareth, dal luogo dell’incontro tra Dio e l’uomo, frontiera della ragione dove “il verbo si è fatto carne”. Si sta in una dimensione di sublime semplicità davanti ad una antichissima e povera casa: un Fiat rese Dio consanguineo a tutti. Il Santuario dell’Annunciazione, come giglio capovolto, custodisce ancora la Sua kenosi dopo il di un nuovo inizio.
Poi si scende a sud per scalare i tornanti di Betlemme con gli occhi dei pastori che videro il Dio Bambino, mite e indifeso. Si porta il proprio gregge di pregiudizi e dubbi al luogo dell’umiltà dell’Immenso.
Betlemme, città del pane, del vero Pane del cielo. Betlemme città della carne, della carne del vero Dio.
La grotta e la mangiatoia ti attendono là, silenziose nel loro equilibrio eterno, e il luccichio dei candelabri ortodossi dà solo luce artificiale all’anfratto in cui il Cristo, per la prima volta, toccò con la sua pelle il nostro tempo e lo irradiò di salvezza gratuita. Baciare la stella d’argento, stare chini sul luogo dove venne al mondo Chi il mondo fece, è un atto di vera fede nel Cristo Salvatore. Fa silenzio il cuore per ascoltare gli Angeli col loro Gloria ed intanto si è già alle porte di Gerusalemme, città della pace che il mondo non può dare, città di passione, morte e resurrezione.
I passi affaticati per il caldo e per il dislivello delle stradine della parte antica conducono lo sguardo della profondità a contemplare la prima Chiesa nel Cenacolo, dove Gesù si donò col suo Corpo e col suo Sangue facendosi Eucaristia e memoriale prima del Getsemani, di quel podere fatto di ulivi bitorzoluti, simili alle pieghe degli uomini, sulle quali si posano ancor oggi gli occhi misericordiosi di Dio e la sua preghiera. E ancora strade sconnesse, scalini e buche: la Via Dolorosa, via del ricordo orante verso il Calvario.
Si prega ripercorrendo lo stesso itinerario fatto dal Cristo: oggi è un suq con la sua vita frenetica che non pensa al raccoglimento del pellegrino ma solo alle sue monete. In questi vicoli i colpi, gli schiaffi, i pugni e i dileggi. Su queste pietre le cadute tra l’indifferenza. E oggi? Cosa avviene oggi? Non si è colpiti fisicamente, ma gli sguardi forti, duri, che a volte divengono irrisione, provocano ferite ugualmente.
Nulla di paragonabile a ciò che subì il Figlio di Dio, però un’esperienza che resta indelebile nella memoria come l’arrivo alla pietra del Golgota, dove il segno della condanna ad un supplizio da malfattore, la croce, mutò in simbolo di redenzione e gloria.
In basso, il luogo santo per eccellenza: la Basilica del Santo Sepolcro o meglio la Basilica della Resurrezione.1
Il cuore freme quando si attende il proprio turno per piegarsi ed entrare nella strettissima stanza dove è conservata la pietra che accolse Gesù dopo la sua morte.
Cosa avvenne qua dentro neanche i Vangeli lo dicono: su quella pietra, sulla quale ognuno posa il proprio respiro tramite un bacio, il più grande mistero della storia dell’umanità è coinciso col più grande evento di vera speranza: la RESURREZIONE.
Ognuno è con se stesso e con Lui su quella pietra, nel silenzio di Gesù, dove Dio ha taciuto per parlare.
Il cuore gioisce della preghiera che si rende Pasqua indelebile per la fede…ma le parole sono sempre riduttive per spiegare quel senso di vita nuova che si sperimenta.
Vita nuova, certo, vita nuova che però cozza con ciò che attorno la racchiude e sembra asfissiarla. Un muro di cemento a dividere terra, sangue e gente, un paradosso alto che se potesse arriverebbe al cielo, a dividere anche quello, perché qualcuno crede ancora in un Dio al di qua che è solo mio e che al di là è inferiore al mio e non è affare mio. È tempo di barriere, di ostacoli di spiriti, di divisioni di idee, di check point e di tanto che non va e che non andrà chissà per quanto ancora.
L’aspetto forse meno conosciuto è la situazione dei cristiani arabi di questa parte di mondo che vivono nell’ombra a Betlemme come a Nazareth pur senza nascondersi.
Agli occhi del visitatore appare la loro difficoltà nel condurre la propria esistenza tra il potere israeliano da un lato e l’indifferenza musulmana. E allora molti emigrano in Occidente, fuggono e chi rimane vive con orgoglio la propria fede nel Cristo: è una testimonianza eroicamente pura. Si legge nei loro occhi la fatica di vivere ma al tempo stesso traspare una speranza vera che forse qualcuno nell’opulenza “nostrana” ha smarrito.4
Dalla Terra Santa si ritorna con la consapevolezza dell’incontro con Dio, un incontro fatto di pietre, testimonianze, vita tangibile e spirito.
Ma di là si portano a casa anche tutte le contraddizioni viste e toccate. Le persone si mescolano, le fedi si guardano sul volto, molti cuori, però, rimangono ostinati.
Si torna più vuoti e con i graffi dentro, perché dove ha vagito Gesù Bambino non ci dovrebbero essere le lacrime di una bambina che poco o nulla sa di religione o terra da spartirsi e, terrorizzata dalle grida di una soldatessa, stringe il suo orsetto al petto per darsi coraggio. Forse non è ancora giunto il tempo del buonsenso, figurarsi lo spazio per la pace… sicuramente però c’è sempre un luogo per Dio, una “terra santa” in ognuno, nella quale dare delle possibilità alla sua presenza.
È questo il più bel dono per il pellegrino, ciò che resta di più vivo della Terra Santa una volta a casa.3


Adele Mellone
tore.adele@tin.
(da La Stadera n. 43 OTTOBRE 2009)