Sulla pandemia già si è detto di tutto, persino quello che non si doveva dire. È impressionante verificare come, pur nel mezzo di una tempesta così devastante che ha travolto il mondo e ha provocato un tragico bilancio di sofferenza e morte, ci siano persone senza scrupoli che, invece di collaborare ad anemizzare la crisi ed  assumere atteggiamenti collaborativi a favore del bene comune, usano le reti sociali per stimolare la violenza, attizzare le rivalità, incentivare l’odio e confondere le idee della gente diffondendo informazioni senza fondamento o addirittura false, inducendole ad errori con conseguenze fatali. Come non bastasse la virulenza del Covid-19, abbiamo dovuto affrontare anche la peste della menzogna che, sin dai primordi dell’umanità, è responsabile per la distorsione della nostra vista che, invece di riconoscere gli altri come fratelli e sorelle, ce li fa vedere come avversari, rivali o addirittura come nemici. Insomma, in piena tempesta c’è chi ha voluto agitare ancora più le acque e si è ostinato a remare per conto proprio, seguendo rotte che puntano più sui propri interessi piuttosto che su un progetto di fraternità universale, unico capace di metterci in salvo. Se è lecito parlare di lezioni della pandemia, credo che la più significativa sia la seguente: o ci prendiamo cura gli uni degli altri, compresa la natura, o periremo tutti. Bisogna ammettere che le tecnologie digitali, pur avendo avuto un ruolo importante nella comunicazione tra le persone nei periodi di isolamento sociale, hanno accentuato ancora di più la chiusura in noi stessi, la difesa intransigente dei propri interessi, la cultura dell’indifferenza e l’egolatria. Nonostante gli esempi di solidarietà e dedicazione generosa di chi si è prodigato per alleviare le sofferenze e ridurre l’impatto della pandemia, il Covid-19 ha portato a galla la nostra incapacità di desiderare e costruire il bene comune. Come si dice nel gergo popolare, c’è gente che solo “ha pensato al Cristo suo”. Pur immersi nella stessa tempesta, invece di mettere a salvo prima di tutto i più deboli, molti hanno pensato soltanto a mettersi in salvo, approfittando anche dei mezzi economici che avevano a disposizione. C’è chi ha fatto fatica a mettere da parte le proprie volontà, anche quelle più futili, come andare a divertirsi con gli amici per dare priorità assoluta alla vita. Pur essendo tutti in mezzo alla stessa burrasca, non tutti hanno potuto affrontarla alla stessa maniera consacrandosi così quella endemica ingiustizia che garantisce le migliori opportunità di vita a chi ha maggior potere d’acquisto. Parafrasando papa Francesco nell’Enciclica Fratelli Tutti, dobbiamo ammettere che, intrappolati nelle reti digitali e prigionieri della virtualità abbiamo perso la consapevolezza della realtà, soprattutto la coscienza di essere una comunità mondiale che soltanto può salvarsi se prende la decisione di navigare sulla stessa barca con le stesse condizioni e opportunità. “Una tragedia globale come la pandemia del Covid-19 – scrive papa Francesco – ha effettivamente suscitato per un certo tempo la consapevolezza di essere una comunità mondiale che naviga sulla stessa barca, dove il male di uno va a danno di tutti. Ci siamo ricordati che nessuno si salva da solo, che ci si può salvare unicamente insieme. Per questo ho detto che «la tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. […] Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli». (Fratelli Tutti, 32).

“Il mondo – continua il papa – avanzava implacabilmente verso un’economia che, utilizzando i progressi tecnologici, cercava di ridurre i “costi umani”, e qualcuno pretendeva di farci credere che bastava la libertà di mercato perché tutto si potesse considerare sicuro. Ma il colpo duro e inaspettato di questa pandemia fuori controllo ha obbligato per forza a pensare agli esseri umani, a tutti, più che al beneficio di alcuni. Oggi possiamo riconoscere che «ci siamo nutriti con sogni di splendore e grandezza e abbiamo finito per mangiare distrazione, chiusura e solitudine; ci siamo ingozzati di connessioni e abbiamo perso il gusto della fraternità. Abbiamo cercato il risultato rapido e sicuro e ci troviamo oppressi dall’impazienza e dall’ansia. Prigionieri della virtualità, abbiamo perso il gusto e il sapore della realtà». Il dolore, l’incertezza, il timore e la consapevolezza dei propri limiti che la pandemia ha suscitato, fanno risuonare l’appello a ripensare i nostri stili di vita, le nostre relazioni, l’organizzazione delle nostre società e soprattutto il senso della nostra esistenza (33).

Tutto ciò è possibile. Nella notte della pandemia non sono mancate le stelle che hanno aperto squarci di luce nelle tenebre più fitte. Non sono le stelle cadenti che brillano artificialmente nel mondo dei consumi e dei successi mondani, ma quelle che riflettono la luce del Vangelo. Sono tutti quegli uomini e donne che hanno avuto il coraggio di sfidare la tempesta con la brezza dell’amore per salvare il maggior numero di vite anche a costo di perdere la propria. Sono fuochi di resistenza che non si piegano alla logica dell’individualismo e dell’indifferenza, ma si pongono come riserve di umanità che abbiamo bisogno di recuperare al più presto per vivere come persone create ad immagine e somiglianza del Dio di Gesù Cristo. Questi uomini e donne non si sono lasciati imbrigliare nelle reti del sistema, ma hanno aperto le loro esistenze come vele sospinte dal soffio dello Spirito che è la carità di Dio per navigare verso l’unico porto sicuro: un mondo più giusto e fraterno dove c’è posto per tutte le persone. La fraternità universale secondo i parametri proposti dal Vangelo è la nostra unica scialuppa di salvataggio.

P. Saverio Paolillo
missionario comboniano in Brasile