Stadera n. 154 – Gen/Feb 2024

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Dio è sempre stato dalla parte dei più piccoli e, in varie circostanze, ha scelto i bambini e gli adolescenti per renderli protagonisti e suoi collaboratori preferiti nella storia della salvezza. Mosè, per esempio, era un neonato quando fu abbandonato in un cesto nelle acque del fiume Nilo. I suoi genitori non avevano alternative, perché una legge imposta dal faraone ordinava lo sterminio dei figli maschi degli ebrei. L’impero non era più in grado di controllare l’aumento vertiginoso del numero dei figli d’Israele che abitavano in Egitto. Stavano diventando un problema per la classe dominante. Le politiche di controllo di natalità associate alle campagne di sterminio sono i metodi che sono sempre stati utilizzati per scartare la popolazione più povera.

Tuttavia, la vita si impose. Levatrici tementi a Dio disubbidirono all’ordine del faraone. Ci tengo a sottolineare il coraggio di queste donne. Fu grazie alla loro fede nel Dio della vita che optarono per la “disobbedienza civile” contro la “politica della morte” e garantirono a Mosè il diritto di nascere. I suoi genitori lo tennero nascosto per tre mesi. Poi furono costretti ad abbandonarlo nelle acque del fiume Nilo.

Trovato dalla figlia del faraone, Mosè fu adottato da lei. Cresciuto nel Palazzo, aveva tutte le carte in regola per diventare un uomo di potere. Ma il sangue parlava più forte. Nonostante la sua educazione nella corte egiziana, Mosè non perse la sua identità di figlio d’Israele e, soprattutto, la compassione per il suo popolo sofferente. Un giorno assistette al pestaggio di un ebreo da parte di un soldato del regime. Rimase indignato. Attaccò il soldato e lo uccise, commettendo un reato gravissimo che, secondo la legge del regime, doveva essere punito con la pena di morte. Scappò. Divenne un “latitante” ricercato dalla polizia. Si rifugiò nella terra di Madian e si nascose nella casa di un sacerdote dove cominciò a lavorare come pastore. Ma Dio lo scovò e lo chiamò. Dal roveto che bruciava e non si consumava, gli parlò e gli affidò una missione: liberare i figli d’Israele dalla schiavitù. Mosè cercò di farla franca. Tirò fuori una lista di scuse per svignarsela, ma non poté resistere alla chiamata. Fu così che quel bambino povero, figlio di una famiglia di schiavi, quel ragazzo timido e balbuziente, ribelle, ma allo stesso tempo sensibile alla sofferenza degli altri, rifiutato prima della nascita da un sistema ostile alla vita e abbandonato per evitare di essere ucciso; divenne uno dei più grandi protagonisti della storia della salvezza perché Dio si fidò di lui e lui ebbe fiducia in Dio.

La stessa sorte toccò al piccolo Davide, il “minore” di tutti i figli di Iesse. Fu lui ad essere scelto da Dio per essere il re d’Israele. I più grandi e i più forti furono scartati. La scelta ricadde sul più piccolo e il più debole (1 Samuele 16).  Le apparenze ingannano. Dio non agisce secondo criteri, giudizi e pregiudizi umani. Guarda con gli occhi del cuore. Chi la vede in questo modo sa che, dietro l’apparente fragilità, si nascondono grandi potenzialità. Davide fu in grado di sconfiggere la forza brutale del gigante Golia. È un buon parametro da seguire. Non escludere mai i bambini dall’opera di Dio solo perché sono ancora piccoli.

Infine, è bene ricordare che Dio stesso, quando decise di immergersi nella storia umana, si fece bambino. Nacque da un’adolescente nell’umile periferia di Betlemme, perché non c’era posto per lui. Fu affidato alle cure di un altro adolescente chiamato Giuseppe a cui spettò la responsabilità di metterlo in salvo quando Erode decise di farlo fuori. Gesù, nome che significa “Dio salva”, ebbe bisogno di essere accolto in braccio, accudito e salvato da due ragazzi che, nonostante la loro giovane età e la loro poca esperienza, compirono la loro missione con un coraggio e una dedicazione da fare invidia a tanti adulti.

Infine, vale la pena ricordare gli appelli di Gesù a mettere i bambini sempre al centro della comunità e la generosità del ragazzino che mette a disposizione di Gesù la sua merenda per rendere possibile il miracolo della condivisione dei pani e dei pesci.

Com’è bello contemplare ciò che Dio è in grado di fare grazie alla collaborazione dei bambini che agli occhi di molti contano poco o nulla. Ci riempie di speranza e ci dà carburante per alimentare l’opera di promozione del protagonismo missionario dell’infanzia. I criteri degli adulti hanno poca importanza agli occhi di Dio. Non condizionano le sue scelte. Egli, il più delle volte, sceglie proprio coloro che sono spregevoli agli occhi degli esseri umani per affidargli una grande missione. Lo stesso si può fare ancora oggi. Pertanto, nessun bambino e nessuna bambina dovrebbero considerarsi o essere considerati incapaci di collaborare con Dio per causa della loro piccola età. Dio si fida di loro. Anzi, è felice quando può contare con loro, sia nell’annuncio del Vangelo sia nella costruzione della cultura della pace, dell’accoglienza, della solidarietà e dell’amore. Noi adulti dovremmo imparare da Dio e lasciare più spazio ai bambini. Essi non sono soltanto i destinatari dell’annuncio del Vangelo, ma anche soggetti di evangelizzazione. Hanno il loro spazio nell’attività missionaria della Chiesa. Non si tratta necessariamente di parlare tutto il tempo di Gesù, ma di imparare ad aprire il cuore a Dio e agli altri, ad amare, a perdonare, a servire e soccorrere i più deboli. Agli occhi di Gesù sono i migliori evangelizzatori tanto è vero che chiede ai suoi discepoli di diventare come bambini per fare parte del Regno di Dio. Il Maestro desidera che la loro piccolezza diventi l’unità di misura dei suoi missionari, la loro tenerezza sia la principale strategia della missione e la loro gioia renda più gioioso e contagiante l’annuncio del Vangelo.

La Festa dell’Infanzia Missionaria, pertanto, è una buona opportunità per fare crescere l’ardore missionario nei piccoli. Spetta ai sacerdoti, agli educatori e alle educatrici la responsabilità di contagiarli con il loro zelo missionario. È bene ricordarsi che la missionarietà non è un’attività funzionale, facoltativa e secondaria della Chiesa, ma essenziale. Per sua natura, la Chiesa è missionaria. Esiste per annunciare e testimoniare il Vangelo. Se non c’è ardore missionario negli adulti, difficilmente ci sarà nei piccoli. La liturgia e la catechesi siano spazi privilegiati per condividere con i bambini un’esperienza di Dio così bella da sentire il desiderio di raccontarla agli altri e, di conseguenza, laboratori di vera umanità dove si impara a uscire dal ristretto guscio dei propri interessi per aprirsi agli altri e donarsi con gioia. Come dice papa Francesco, “che non siano bambini e ragazzi chiusi, ma aperti; che vedano un grande orizzonte, che il loro cuore vada avanti verso l’orizzonte, affinché nascano tra loro testimoni della tenerezza di Dio e annunciatori del Vangelo”.

Padre Saverio Paolillo
missionario comboniano in Brasile

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