Don Francesco, come eri da piccolo, ci puoi raccontare il tuo rapporto con Dio e la Chiesa durante gli anni dell’adolescenza?

La mia adolescenza, l’ho vissuta nella Parrocchia del Spirito Santo, trascorrendo i pomeriggi, dopo la scuola, in compagnia degli amici. Mi recavo da piccolo perché lì andavano i miei genitori ed ho intessuto splendide amicizie e belle relazioni che col tempo sono riuscito a coltivare. Sono stati anni meravigliosi perché vissuti nella spensieratezza e nel contempo in un luogo formativo davvero genuino. All’epoca, parroco don Filippo Salvo e don Emanuele Tupputi, sono grato a questi due sacerdoti, ero affascinato da queste due figure ed ho incominciato a pormi gli interrogativi esistenziali. Mi ha colpito e incuriosito maggiormente il loro sorriso e la loro gioia. Cercavo di capire cosa gli rendesse felice. Questa domanda, ha caratterizzato il periodo adolescenziale.

Durante la giovinezza tanti i sogni! Il tuo sogno nel cassetto, qual è stato? Diventare sacerdote oppure hai progettato altro?

In realtà, non da subito, ho deciso che sarei diventato sacerdote! Non sono mai stato per i sogni impossibili! Prima di entrare in seminario, tante le strade da percorrere, tuttavia non mi dispiaceva affatto l’idea del controllore del treno, sicuramente perché legato al viaggio e all’idea di viaggiare. E, a me, personalmente piace viaggiare.

Quando hai avvertito la vocazione? Raccontaci, come è nata?

Il sogno di diventare sacerdote è arrivato come una prova, sempre guardando alle figure sacerdotali, spesso mi sono chiesto se ciò potesse essere la mia strada, ho iniziato a fare percorsi sia in diocesi e poi entrando al propedeutico, non posso dire che ho deciso di diventare sacerdote in un momento preciso, ma la scelta è maturata man mano che gli anni passavano. Mi ricordo le prime notti in seminario, guardando il soffitto, mi chiedevo: “perché mi trovo qua”? Pian piano, ho scoperto che quella strada, era la strada certa, che volevo percorrere. Non c’è stato un evento determinante, la classica chiamata sulla via di Damasco. Ma la scelta è stata maturata e ponderata in itinere durante il cammino di discernimento e vocazionale.

Don Francesco, la tua passione per i beni culturali! Sappiamo che di recente hai conseguito la laurea in Beni Culturali. Come è nata. Ce ne vuoi parlare?

Anche questa è stata una chiamata inaspettata, una passione per l’arte che mi porto dalle scuole medie, mai tralasciata, sempre coltivata. Chiaramente non sono bravo a dipingere, ma mi piace osservare! Quando ero già sacerdote, mi sono chiesto se potessi approfondire la materia, ho voluto intraprendere un percorso non ordinario perché solitamente i sacerdoti studiano teologia, morale e diritto canonico, io sentivo, in realtà, di fare qualcosa di alternativo. All’epoca chiesi a Mons. Picchieri di intraprendere tale percorso e lui serenamente mi incoraggiò a perseguire gli studi.

Di recente, la notizia del trasferimento a Trani nella Parrocchia della Madonna del Pozzo, cosa ti ha dato la parrocchia del SS. Crocifisso negli ultimi quattro anni? Un bilancio della tua esperienza sacerdotale e di fede.

La domanda è posta in maniera giusta. Che cosa ti ha dato? Quella del SS. Crocifisso è la seconda comunità da sacerdote. È sempre un’esperienza arricchente perché si incontrano tanti volti e tante storie. La comunità del SS. Crocifisso mi ha dato il desiderio di costruire e progettare, di essere determinante all’interno del contesto parrocchiale. Sono certo che il SS. Crocifisso mi abbia donato in particolare la bellezza delle relazioni oneste e sincere. Laddove ci sono state relazioni difficili, di queste, ringrazio il Signore! La comunità ti insegna a relazionarti con gli altri a tutto tondo. Tutte le relazioni anche quelle difficili sono orientate al cammino di santità. Del resto mi ha sempre colpito un’espressione di un mio professore a Molfetta in seminario che mi raccontava che l’Altro, il Tu, la seconda persona singolare è sempre una croce, a volte leggera, ma a volte pesante. Ringrazio il Signore e la comunità per le bellissime relazioni vissute e anche quelle difficoltose.

Il tuo ruolo nell’ambito della redazione La Stadera?

È stata un’esperienza straordinaria direi invidiabile perché un giornale permette di dar voce alla comunità all’interno di un contesto cittadino; è un’occasione preziosa da valorizzare perché significa portare esternamente  la voce della parrocchia e offrire  una lettura attenta e critica la lettura della società. È un’opportunità sicuramente da valorizzare soprattutto per i giovani.

Grazie per l’intervista concessa, don Francesco, ti auguriamo un cammino di fede sempre fecondo.

Francesca leone
professoressaleone@gmail.com