In occasione del quarantesimo anniversario dell’istituzione della parrocchia del S.S. Crocifisso, la redazione del giornale “La Stadera”, ha pensato di ripercorrere brevemente anche con don Rino Caporusso una parte della storia di vita, che la suddetta parrocchia ha vissuto nel periodo del suo mandato. Quindi nasce “La Stadera”, il mensile parrocchiale con la sua lettura attenta al territorio e al sociale con cui prendeva vita. Una peculiarità che permise di ricevere nel lontano 2007 il premio Fallani per miglior testata giornalistica.

Quando pensi alla parrocchia del S.S. Crocifisso, quale immagine associa la tua mente? E perché?

Ho nel cuore l’immagine di don Luigi Filannino nella sua bara al centro della chiesa con tanta gente intorno che piangeva, anche singhiozzando ad alta voce. Complice di tale ricordo è il periodo che stiamo vivendo a causa del Covid-19 e penso: dobbiamo accettare il senso del limite che è come una porta che può essere aperta solo con una possibilità. Si può varcare il limite solo attraverso la fede. Il limite appartiene alla nostra fragilità e dignità; ci pone di fronte alla nostra umana natura e nello stesso tempo ci sottrae al limite di ogni potenza, di tracotanza, di accesso, che già nel mondo greco era condannato come hybris, ossia il non convivere la pienezza dell’umanità: è quel volersi sostituire a Dio. L’operato di don Luigi visto così, ovvero in quei momenti, in quel limite della morte, mi fa associare alla parrocchia del S.S. Crocifisso, prima di averla presa a cuore, perché è l’immagine di una vita spesa fino all’ultimo, sempre per amore a Dio, alla comunità e ai fratelli di Barletta.

Dopo l’intensa esperienza vissuta in Brasile come sacerdote Fidei Donum, ti sentivi pronto all’idea di iniziare un cammino diverso da quello appena concluso? Cosa ti aspettavi da questa seconda missione sacerdotale?

Non si è mai pronti ad iniziare un cammino nuovo e diverso. Ho assunto le veci di pastore della comunità del S.S. Crocifisso subito dopo la morte di don Luigi mentre portavo la sua bara sulle spalle. Dietro di me, l’allora vicario generale Don Savino Giagnotti, mi disse che il vescovo aveva la necessità di parlarmi in curia già all’indomani; ciò mi fece presagire qualcosa nonostante io abitassi a Roma perché, dopo l’esperienza in Brasile mi è stato richiesto di specializzarmi in pastorale giovanile ed evangelizzazione, e di dottorarmi in catechetica. Ero al terzo anno avviato. Arrivai al Crocifisso il 29 novembre 2001 (giorno dopo della morte di don Luigi), e portai a compimento l’incontro di formazione biblica che era stata precedentemente organizzata con don Michele Lenoci, professore di Sacra Scrittura al Seminario di Molfetta, cogliendo l’esigenza che in quel momento la comunità sentiva di soddisfare, ossia continuare l’operato di don Luigi. I miei studi non furono interrotti: durante i giorni di assenza fisica incominciai la vita di pendolare nella direzione Barletta-Roma con il fine di portare a termine tutto ciò che era in itinerim: gli studi, la parrocchia e il centro missionario diocesano. Il mio ricordo e la mia gratitudine sono anche per Padre Pasquale Zilli, che dal lunedì al giovedì era presente in parrocchia a sostituirmi. Ero amministratore della parrocchia, per poi divenire dopo circa 6 mesi, nel 2002, parroco. Inizialmente non è stato facile, perché nelle benedizioni delle case, le famiglie aprivano il loro cuore nell’esprimere amarezza verso Dio per averli “sottratto” il loro sacerdote.

A te si devono la presenza degli affreschi dell’abside, l’arrivo della Madonna del Rosario di Pompei e dei Santi Medici, l’edificazione del tanto sognato campanile, la catechesi ai diversamente abili con il gruppo “Villaggio Paradiso” …; perché hai pensato di concretizzare in questo modo la tua missione pastorale?

Negli anni passati ho cercato di aggregare, quanto più possibile la comunità, mediante le azioni del vedersi, del confrontarsi realizzando una casa sempre più bella, che fosse stata in grado di accogliere e custodire sempre qualcosa di nuovo, che profumasse di gratitudine come i Santi Medici, sulla base dell’impronta che i miei predecessori avevano lasciato alla comunità: don Michele, la ricerca del terreno e la devozione ai Santi Medici, mentre don Luigi lo zelo pastorale (con il megafono andava in giro per le villette invitando bambini e famiglie a venire in chiesa), e la costruzione del tempio; ma si trattava di azioni che necessitavano di essere rifinite e dunque mi sono chiesto: cosa manca ancora? Costruire la comunità che è stata poco per volta resa presente con la pazienza, i piccoli passi e la profezia di piccoli gesti, tutti realizzati a gloria e a nome del Signore, della Santissima Trinità che ha mandato tanti segnali di incoraggiamento per la costruzione di una comunità che cammina.

(continua)

Fausta Torre
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