Don Primo Mazzolari 

Don Primo Mazzolari, figlio di Luigi e Grazia Bolli,  nasce a Boschetto, una frazione di Cremona, il 13 gennaio 1890. Il padre era un piccolo affittuario, che manteneva la famiglia con il lavoro dei campi. Primo fu il primogenito, poi vennero Colombina, Giuseppe (Peppino), Pierina, Giuseppina. Nel 1899-1900, spinta dalla necessità di trovare migliori condizioni di lavoro e di vita, la famiglia Mazzolari si trasferisce a Verolanuova, in provincia e diocesi di Brescia.

Don Primo, terminate le scuole elementari, entra nel seminario di Cremona. La sua vocazione germoglia nella consapevolezza che ogni essere umano è figlio di Dio e per cui è meritevole dello stesso rispetto e dignità da parte di tutti. I suoi anni di seminario furono intensi e molto faticosi a causa della sua personalità passionale, focosa e assetata di conoscenza. È in nome della vocazione resta in seminario pur rendendosi conto della brutta vita di comunità che vi si vive. Nel 1905 Primo Mazzolari liceale comincia a scrivere il diario sul quale si rivelano momenti emotivi e di forte spiritualità che preparano il giovane Mazzolari all’impegno filiale nei confronti del popolo.       Nell’ agosto del 1912 Primo Mazzolari viene ordinato sacerdote dal vescovo di Brescia, mons. Gaggia, nella chiesa parrocchiale. Il decennio trascorso a Cremona fu molto duro per il giovane seminarista. Non si può dimenticare che quelli erano i tempi della dura repressione antimodernista avviata da Pio X, che comportò nei seminari l'irrigidimento della disciplina, la cacciata dei professori ritenuti troppo innovativi e la chiusura ad ogni forma di dialogo con la cultura del momento. Anche Mazzolari dovette fare i conti con una seria crisi vocazionale, che riuscì a superare grazie all'illuminato aiuto del padre barnabita Pietro Gazzola, in precedenza allontanato da Milano proprio perché sospettato di indulgenze verso il modernismo. Lo stesso padre Gazzola profetizzò al giovane che la sua vita adulta sarebbe stata «una croce». Divenuto prete, don Primo viene inviato come vicario cooperatore a Spinadesco (Cremona). Qui rimane circa un anno, venendo poi trasferito nella parrocchia natale, S. Maria del Boschetto. Poco dopo, però, nell'autunno del 1913 viene nominato professore di lettere nel ginnasio del seminario a Cremona. Svolge tale funzione per un biennio, durante il quale utilizza le vacanze estive per recarsi in Svizzera, ad Arbon, come missionario dell'Opera Bonomelli tra i lavoratori italiani là emigrati. 
Scoppiata la Prima guerra mondiale, nella primavera del 1915, si pone con forza il problema dell'atteggiamento italiano. Don Mazzolari si schiera, in quel frangente, tra gli interventisti democratici; ciò lo spinge a dare il suo contributo alla guerra arruolandosi come cappellano militare; vi partecipa con il fervore dei giovani in quel momento. Questa esperienza gli fa maturare un forte senso della pace e di rifiuto della guerra. Si intendeva sostenere l'intervento militare italiano nella guerra, al fine di eliminare per sempre le forme di militarismo simboleggiate dalla Germania e per contribuire ad instaurare un nuovo regime democratico e di collaborazione internazionale in tutta l'Europa. La guerra, però, comporta subito un atroce dolore per il giovane prete. Nel novembre 1915, infatti, muore sul Sabotino l'amatissimo fratello Peppino, il cui ricordo rimase sempre vivissimo in don Primo. Questi aveva comunque già deciso di offrirsi volontario: viene così inserito nella Sanità militare e impiegato negli ospedali di Genova e poi di Cremona. Il timore di sentirsi ‘imboscato' spinge, però, don Mazzolari a chiedere il trasferimento al fronte. Così nel 1918 viene destinato come cappellano militare a seguire le truppe italiane inviate sul fronte francese. Rimane nove mesi in Francia. Rientrato nel 1919 in Italia ebbe altri incarichi con il Regio Esercito, compreso quello di recuperare le salme dei caduti nella zona di Tolmino.

Tutte le testimonianze concordano nel raccontare dell'impegno e della passione umana con cui don Primo seguì in questi vari frangenti i suoi soldati. 
Congedato nel 1920 don Mazzolari chiese al suo vescovo (mons. Giovanni Cazzani) di non tornare all'insegnamento in seminario, ma di essere destinato al lavoro pastorale tra la gente. Dall'ottobre 1920 al dicembre 1921 fu delegato vescovile nella parrocchia della Ss. Trinità di Bozzolo, un paese in provincia di Mantova, ma dipendente dalla diocesi di Cremona; qui cominciò ad assumere posizioni di difesa dei diritti dei poveri. Nel 1922 viene nominato parroco di Cicognara, a due passi dal fiume Po, dove rimane per un decennio, fino al luglio 1932.  
A Cicognara don Primo si fece le ossa come parroco, sperimentando iniziative, riflettendo, annotando idee e, soprattutto, cercando forme nuove per accostare tutti coloro che si erano ormai allontanati dalla Chiesa. Il paese, infatti, aveva una forte connotazione socialista. Don Mazzolari cercò in vario modo di valutare positivamente le tradizioni popolari contadine, come la festa del grano e dell'uva, ma non trascurò di commemorare i caduti in guerra e le ricorrenze patriottiche. Durante l'inverno faceva la scuola serale per i contadini e istituì la biblioteca parrocchiale. L'avvento del fascismo lo vide fin dall'inizio diffidente e preoccupato, senza celare la propria intima opposizione. Nel novembre 1925 rifiutò di cantare solennemente il Te Deum, e per questo fu denunciato, dopo che era stato sventato un complotto per attentare alla vita di Mussolini. Egli preferiva infatti mantenersi su un piano esclusivamente religioso, tanto che perfino nel 1929 si differenziò dall'atteggiamento entusiastico di tanti vescovi e preti, non andando neppure a votare al plebiscito indetto da Mussolini dopo la firma dei Patti Lateranensi. Così, pur evitando di prendere posizioni di aperte rottura, don Primo fu presto considerato un nemico agli occhi dei fascisti e anzi un vero e proprio ostacolo alla ‘fascistizzazione' di Cicognara, e la notte del primo agosto 1931 lo chiamarono alla finestra e spararono tre colpi di pistola che fortunatamente non lo colpirono.

Nel 1932 don Primo fu trasferito a Bozzolo in concomitanza con la fusione delle due parrocchie esistenti. Nell'occasione egli scrisse un piccolo opuscolo, Il mio parroco (1932), per salutare i suoi parrocchiani, vecchi e nuovi. Il suo ministero sacerdotale vive una progressiva incarnazione nella società del suo tempo. La parrocchia dove visse per gran parte del suo ministero fu la parrocchia di Bozzolo (1920-1922/ 1932-1959).  Il ministero del giovane curato fu molto intensa e ancora più intensa la sua attività di scrittore che a Bozzolo iniziò in modo regolare, così che gli anni Trenta furono per lui molto ricchi di opere. Nelle sue opere si notano riferimenti, partecipazioni al piccolo mondo della pieve rurale, cioè all'atteggiamento cristiano tenuto dal popolo contadino. Mazzolari non mancò di prendere le difese dei diritti di questa classe sociale.

Scoppia la seconda guerra mondiale; don Primo ebbe a manifestare il suo impegno per la pace ipotizzando una sorta di obiezione militare. Nel periodo fascista fu più volte arrestato e/o ricercato dal regime per le sue idee e attività anti-fasciste  
Nel 1934 don Mazzolari pubblica La più bella avventura, basata sulla parabola del figliuol prodigo, ma questo testo fu condannato l'anno dopo dal Sant'Uffizio vaticano, che giudicò «erroneo» il libro e ne impose il ritiro dal commercio. Ubbidiente, don Primo si sottomise. Don Primo tuttavia non si scoraggiò. Nel 1938 apparvero così altri suoi testi, come Il samaritano, Tra l'argine e il bosco. Quest'ultimo era una raccolta di articoli e scritti vari, da cui emergeva la concezione della parrocchia che don Mazzolari aveva, ma anche la sua capacità di guardare la natura e la realtà della vita di campagna. Nel 1939 fu invece pubblicata La via crucis del povero
Le opere successive finirono però ancora sotto la scure della censura. Nel 1943 tornò a farsi sentire il Sant'Uffizio che biasimò l'opera Impegno con Cristo, almeno per la forma utilizzata dall'autore. 
Nel 1943 alla caduta del fascismo (25 luglio) e all'annuncio dell'armistizio (8 settembre) si aprì la fase più drammatica della storia italiana contemporanea, con la spaccatura del Paese in più parti, l'occupazione tedesca, la nascita della Resistenza e subito dopo della Repubblica Sociale Italiana. Don Primo si impegna a creare contatti con vari ambienti e personalità cattoliche in vista del domani. Stringe, inoltre, sempre più rapporti con la Resistenza, così che il suo nome circola sempre più nelle liste di coloro che erano giudicati nemici del regime di Salò. Nel febbraio 1944 don Mazzolari viene chiamato una prima volta in questura a Cremona per accertamenti; seguì in luglio un vero e proprio arresto da parte del Comando tedesco di Mantova. Liberato e richiesto di restare a disposizione, preferì passare alla clandestinità a Gambara in provincia di Brescia. Lascia così per qualche tempo Bozzolo, ritornandovi poi di nascosto. Dovette infatti vivere per alcuni mesi completamente segregato, all'insaputa di tutti, al piano superiore della sua stessa casa e solo dopo la Liberazione poté uscire allo scoperto. Testimonianza di quel tempo sono i libri Diario di una primavera e Rivoluzione Cristiana, pubblicati dopo la sua morte. 
L'impegno per l'evangelizzazione, la pacificazione, la costruzione di una nuova società più giusta e libera costituirono i cardini dell'impegno di don Mazzolari dal 1945 in poi. Negli scritti di don Mazzolari era  presente l'idea che la società italiana fosse da rifondare completamente sul piano morale e culturale, dando maggiore spazio alla giustizia, alla solidarietà con i poveri, alla fratellanza. Idee simili lo costrinsero inevitabilmente a fare i conti con la censura ecclesiastica e con quella fascista. 
  Figlio in questo della Chiesa del suo tempo, egli era convinto che solo il cristianesimo potesse costituire un rimedio ai mali del mondo e si fece portatore così dell'idea di una vera e propria ‘rivoluzione cristiana'. I cristiani dovevano essere autentica guida della società, a patto di rinnovarsi completamente nella mentalità e nei comportamenti.

Mazzolari agisce spesso in contrasto con la gerarchia ecclesiastica preoccupandosi, nel corso del suo sacerdozio,di tutte le persone lontane da Dio. Nei suoi libri, egli tendeva a superare l'idea della Chiesa come ‘società perfetta' e si confrontava onestamente con le debolezze, le inadempienze e i limiti insiti nella stessa Chiesa. A suo parere ciò era necessario per poter finalmente presentare il messaggio evangelico anche ai ‘lontani', a coloro cioè che rifiutavano la fede, magari proprio a causa dei peccati dei cristiani e della Chiesa. Continuò a interessarsi dei ‘lontani', particolarmente dei comunisti, infatti, uno dei suoi scritti è dedicato a “I lontani”. La sua critica del comunismo fu sempre molto dura. In ogni caso, come ebbe a dire nel 1949 (l'anno della scomunica vaticana verso i comunisti), lo slogan di don Mazzolari era: «Combatto il comunismo, amo i comunisti». Mazzolari cerca di limitare il divario politico tra cristianesimo e comunismo, perché valuta le idee, gli atteggiamenti comunisti sugli ideali di pace suscitando perciò le critiche anche aspre di molti ambienti cattolici.

Dopo le decisive elezioni del 1948, nelle quali appoggiò la DC, don Primo inizia subito ad ammonire i parlamentari, invitandoli alla coerenza e all'impegno.

Tante speranze di cambiamento andarono presto deluse. Don Mazzolari si rese conto di dover creare un movimento di opinione più vasto e si dedicò allora anima e corpo al progetto di un giornale di battaglia. Nel dopo guerra il 15 gennaio1949 esce il primo numero del quindicinale «Adesso» nel quale canalizza tutto il suo impegno cristiano. 
Nelle sue pagine il giornale volle toccare tutti i temi cari al suo fondatore: l'appello a un rinnovamento della Chiesa, la difesa dei poveri e la denuncia delle ingiustizie sociali, il dialogo con i ‘lontani', il problema del comunismo, la promozione della pace in un'epoca di guerra fredda. Al giornale collaborarono in molti. 
Intanto don Primo stringeva rapporti sempre più stretti con le voci più libere e critiche del cattolicesimo italiano di quel tempo, dominato dal conformismo e dalla rigidezza nei confronti del mondo contemporaneo. 
Il carattere innovativo e coraggioso di «Adesso» provocò ancora l'intervento vaticano, così che nel febbraio del 1951 il giornale dovette cessare le pubblicazioni; a don Mazzolari viene proibito di scrivere sul suo giornale. In luglio arrivarono altre misure personali contro don Mazzolari (proibizione di predicare fuori diocesi senza il consenso dei vescovi interessati; divieto di pubblicare articoli senza preventiva revisione ecclesiastica). Si poté ripartire nel novembre dello stesso 1951, ma con la direzione di un laico, Giulio Vaggi. Don Primo collaborò ancora, utilizzando spesso pseudonimi come quello di Stefano Bolli. Proprio alcuni interventi di ‘don Bolli' sul tema della pace provocarono nuove indagini disciplinari. Insomma, il giornale continuò a vivere pericolosamente.

Usando sempre il suo caratteristico linguaggio, che puntava direttamente a suscitare l'emozione nel cuore, senza voler indugiare nell'analisi scientifica o sociologica, don Mazzolari pubblicò negli anni Cinquanta altre opere significative. 
Nel 1952 uscì così La pieve sull'argine, un ampio racconto fortemente autobiografico, che ripercorreva le vicende e le vicissitudini di un prete di campagna (don Stefano) negli anni del fascismo. 
Nel 1954 il  S. Ufficio gli proibisce di predicare fuori della sua parrocchia e il divieto di scrivere articoli su ‘materie sociali'. La sua attività e la sua fede vissuta in radicalità non restano confinate nella sua parrocchia (“il pensiero come l’oceano non lo puoi recintare”).

Nella Chiesa italiana il nome di Mazzolari continuava intanto a dividere: alle prese di posizione ufficiali, che in pratica lo proscrivevano e lo volevano rinchiudere nella sua Bozzolo, si contrapponevano i tanti amici, ammiratori, discepoli di ogni tipo che si riconoscevano nelle sue battaglie e diffondevano le sue idee in tutta Italia. Lui rimaneva coerente al suo proposito di ‘ubbidire in piedi', sottomettendosi sempre ai suoi superiori, ma tutelando la propria dignità e la coerenza del proprio sentire. 
Proprio alla fine della sua vita cominciò a venire qualche gesto significativo di distensione nei suoi confronti. Nel novembre del 1957 l'arcivescovo di Milano mons. Montini (il futuro papa Paolo VI) lo chiama a predicare alla Missione di Milano, una celebre iniziativa straordinaria di predicazioni e interventi pastorali. Nella dottrina cristiana don Primo Mazzolari cercò sempre più di esaltare e rafforzare la comunicazione immediata con Dio e con ciascuno di noi; il discorso evangelico nel dialogo quotidiano secondo Mazzolari, deve essere un dono e un'arte capace di scuotere le coscienze dei peccatori.

Con l’elezione di Giovanni XXIII entrò nella chiesa una ventata nuova e le idee di don Primo ebbero piena cittadinanza. Il 5 febbraio 1959 viene ricevuto in udienza privata da papa Roncalli: l’accoglienza che egli ebbe dal Pontefice, come disse al ritorno a Bozzolo ad amici e parenti, lo ripagava di ogni amarezza sofferta.

Ormai però la salute del parroco di Bozzolo era minata e logorata. Don Primo Mazzolari muore poco tempo dopo, il 12 aprile 1959, dopo sette giorni di agonia nella Clinica di S. Camillo a Cremona. Anni più tardi, Paolo VI dirà di lui: «Lui aveva il passo troppo lungo e noi si stentava a tenergli dietro. Così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. Questo è il destino dei profeti». Ma le sue idee camminano ancora. 
 


Angela Rizzi (angela87@gesitsoftware.it)