A fine giugno, amico mio, ricorderemo nuovamente e sempre con spirito di gratitudine a Dio per il tuo dono, il tuo ritorno alla casa di Papà. E mi è venuta in mente la testimonianza di tua nonna Vittoria negli ultimi tuoi giorni trascorsi qui con noi.
Poco prima di raggiungerti, mi ha raccontato di come ti abbia servito e ti sia rimasto accanto in una delle notti travagliate della tua malattia. Fu per dare la possibilità ai tuoi di riposare qualche ora.

La tenerezza della scena da lei descritta con commozione e la voce bloccata in gola è singolare: teneva la tua mano, quella che ti arrecava un po’ di dolore, probabilmente per la puntura degli aghi che continuamente ti iniettavano medicine e nutrimento, nella sua e ti coccolava accarezzandola e baciandola continuamente, quasi fosse un massaggio. Tentasti di riposare quella notte, ma restasti in dormiveglia, come se volessi far tu compagnia alla nonna per l’arco notturno.

Ricorda, infine, ormai a fine nottata, mentre stava dando il cambio ai tuoi, Filomena e Peppino, l’espressione che esclamasti: “Come si vede che la nonna sa assistere bene gli ammalati! Mi ha fatto trascorrere una notte tranquilla. Non mi ha chiesto mai una volta – Come stai?”.

Ancora una volta ci ricordi come il servizio delle donne è incomparabile, sia nelle famiglie sia nelle famiglie di famiglie, cioè la comunità cristiana: quel chinarsi e quel grembiule tipico di chi si china e serve i propri figli, che solo le donne sanno fare con quella sensibilità che nasce già dal concepimento e che cresce col dilatarsi della pancia nei mesi successivi.

E la prima lettera ebraica del termine Kephà, traslitterato in greco con Cefa, è la lettera kaf, rappresentata con una C al contrario (k) che dà l’idea del contorno di una pancia gonfia, proprio come quella di una donna incinta. Ma Pietro non rappresenta la comunità cristiana che da sempre genera figli alla vita spirituale evangelica?

Mi piace collegare questa maternità ecclesiale (ecclesia e sinagoga sono entrambi termini in greco di genere femminile!), rappresentata dal Kephà, alle nostre mamme ed alle nostre nonne (la nonna materna è una donna che ha generato una donna che a sua volta ha generato una vita, donna o uomo che sia): nonostante le rughe e le loro “imperfezioni”, quando ormai diventiamo adulti ed autonomi, restiamo legate a loro per quel significato di servizio che la loro vita rappresenta, un servizio inestimabile e necessario che ci ha resi quello che siamo ora, appunto adulti e maturi.
Ora che hai riabbracciato tua nonna Vittoria, dà un bacio tenero anche a lei che ti ha riempito di baci proprio come quella notte.

Che Maria, donna del terzo giorno come l’ha definita don Tonino in un suo scritto, ci insegni che dopo il dolore del Venerdì santo, il terzo giorno la Vita riprenderà vita. E ci donerà il suo Spirito.

Ruggiero Rutigliano
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